Nel cuore della grande sala della stazione c'era un vecchio pianoforte malconcio, con un cartello dipinto a mano appoggiato sopra: «Suonate, per favore.» Nell'ora di punta del mattino, migliaia di pendolari gli sfilavano davanti senza degnarlo di uno sguardo, ciascuno chiuso nel proprio orario privato. Poi un ragazzino si arrampicò sullo sgabello e cominciò a strimpellare con un dito una semplice melodia. Qualche passante sorrise; nessuno si fermò.
Presto una donna con un lungo cappotto posò la borsa e si sedette accanto a lui. Cominciò a suonare qualcosa di lento e disteso, e a poco a poco il frastuono della stazione sembrò abbassare la voce. Un uomo con una valigetta si fermò, si tolse il cappotto e fece scivolare qualche accordo jazz sotto la melodia di lei. Un musicista di strada tirò fuori il violino e vi stese sopra una linea di canto. Perfino una guardia al varco cominciò a battere il piede, finché l'annuncio di un treno non irruppe e l'incanto, per un attimo, vacillò.
Quando l'ora di punta finalmente si diradò, i musicisti chiusero con un ultimo accordo, lo tennero e lo lasciarono spegnersi. Non si scambiarono mai una parola. Si fecero solo un cenno con la testa e se ne andarono in direzioni diverse, come fanno gli sconosciuti. Più tardi, in mattinata, un addetto alle pulizie si fermò vicino al pianoforte e lasciò un piccolo biglietto sul leggio. C'era scritto: «Grazie.»